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Mi stava seduto di fronte. Teneva fra le sue grandi
mani una piccola tazzina di caffè ancora fumante. L’avvolgeva come fosse
un’urna o un passerotto ferito appena raccolto da terra. Forte e delicato
sembrava il suo tocco. Lo conoscevo abbastanza da poter dire che forte e
delicato lui era. La grandezza delle sue mani sembrava quasi in contrasto
con la serica trasparenza della pelle che le rivestiva. Era stata la prima
cosa che mi aveva colpito di lui. Presto capii che molti tratti del suo
carattere, oltre che del suo aspetto fisico, avevano un non so che di
affascinante aporia.
Non riuscivo a distogliere lo sguardo da quelle mani e dal lieve fumo
profumato ed inebriante che come un ectoplasma ascendeva sinuoso
serpeggiando. Inspiravo profondamente per inalare l’aroma che quella
delicata e tiepida tazzina di caffè sprigionava. Fantasticavo. Quel fumo
si sarebbe trasformato in un Genio ed avrebbe esaudito il mio desiderio.
Desideravo che quel momento non finisse mai. Che al batter delle mie
ciglia il fotogramma appena scattato ed inserito nella labile memoria vi
si imprimesse indelebilmente. Desideravo che il ricordo di lui non
svanisse come era successo per gli eventi del mio passato.
La cosa buffa fu accorgermi come anche lui guardava quello stesso oggetto,
come incantato dal crepitare rosso di un fuoco. Sorrisi mentre due lacrime
ribelli corsero fino alle sponde delle mie labbra chiudendomi
istantaneamente il sorriso di circostanza, che avevo indossato per
nascondere il mio imbarazzo, in un ghigno. Chi ci avesse osservati
dall’esterno avrebbe visto due giovani, un tempo innamorati, attorno al
reliquiario, alla pisside del loro grande amore. Una tazzina di caffè.
L’ultima insieme.
-“Devo dirti una cosa importante”.
Ruppe così il sacro silenzio che si era depositato fra di noi come cenere
trasportata da un vento ora morto.
Risposi con una smorfia di cui mi pentii subito. Servì a zittirlo.
Ma neppure io avevo parole. O forse erano troppe e come una folla
impazzita rimanevano bloccati nella strettoia della mia mente.
Riuscii a distogliere lo sguardo dalla tazzina di caffè e ad appoggiarlo
sul suo viso. Che voglia avevo di accarezzarlo!
I suoi occhi erano duri ed abbassai i miei focalizzando nuovamente la
tazzina.
Il fumo era scomparso.
-“Non bevi il tuo caffè?”. Fu un sussurro che a me parve un grido, dato lo
sforzo che avevo dovuto impiegare per tiralo fuori dalla mia gola stretta
nel nodo della tristezza.
Lo vidi portarsi la tazzina sulle labbra, ma sembrò farlo più per
accontentarmi che perché ne avesse realmente voglia. Oramai il caffè si
era freddato.
Cominciai a tremare mentre cercavo di fissare nella mia memoria quell’immagine
che già svaniva offuscata dal velo delle mie lacrime.
Il mio Amore, l’unico uomo che avessi mai amato e che, probabilmente,
sarebbe stato l’unico che avrei amato di tanto amore, era seduto davanti a
me, attorno al tavolino di un bar, con in mano una tazzina di caffè.
L’ultimo insieme.
Come avevo fatto a capirlo? Davanti a quella tazzina, in bella mostra,
luccicava un mazzo di chiavi. Erano le sue chiavi di casa, quelli della
mia casa che era diventata il nostro rifugio allorquando io gliele avevo
donate. Lo ricordavo bene. Erano appena trascorsi due mesi dal nostro
primo casuale incontro in un bar e già, divenuti inseparabili, sognavamo
splendide cose per noi. Cose splendide e durature.
Ora era finita.
Così, per impedirgli di profferire inutili parole, parole che il tempo
avrebbe reso ancor più dolorose per la sua crudele capacità di accentuare
l’intensità delle emozioni vissute ma perdute per sempre, afferrai quelle
chiavi e mi alzai di scatto. La rabbia che misi nel gesto fece sì che
urtai inavvertitamente, con una goffaggine che non mi apparteneva, la
tazzina di caffè oramai fredda e vuota. Cadde. Si ruppe fragorosamente.
Meglio.
Meglio così!
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