L’uccellino pequeno e la forestadi Stefania Santangelo |
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Sorseggiavo la mia tazzina di caffè tenendo
lo sguardo fisso nel vuoto. Mi sentivo abulica dopo una giornata trascorsa
a ticchettare sulla tastiera del mio pc numeri, date, pensieri, desideri.
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Ma fu come se Maria avesse letto nella mia
mente o ascoltato i miei assordanti pensieri. Mi prese le mani che tenevo
fra i capelli mentre rimanevo seduta sulla sponda del letto a tormentarmi
e mi trascinò in cucina con dolce autorità. Davanti alla tazza di caffè
fumante mi asciugò una lacrima che mi aveva attraversato il viso. Mi
sentivo sconfortata, avvilita, ma non sapevo se sarebbe stato giusto ed
opportuno confidarmi con lei. Avrei rischiato di apparire una donna
viziata ed insensibile e quasi mi sentivo in colpa per essere anche solo
sfiorata da quei vili pensieri di fuga. Ma come contenerli? Sentivo di essere al limite delle mie forze psico-fisiche. Mi ero abbattuta a causa di tutto quel marcio che vedevo ogni giorno, perché capivo di essere impotente di fronte a quell’immane male, alle quotidiane ingiustizie autorizzate dal mondo intero. Mi sentivo piccola. Atomo. Sentivo il peso insopportabile ed insostenibile di un macigno sul collo: ridicolo Atlante vacillante sotto il peso di una briciola di solidarietà. Quel giorno ero andata a “visitare” una delle più grandi discariche di Recife, l’Aterro di Muribeca, dove vivevano più di 2000 persone, i catadores. Brulicavano come mosche e nella sterminata e purulenta visione panoramica che mi si presentò dall’alto di una collina bonificata, non riuscivo a distinguere gli esseri umani dai rifiuti. Sembravano muoversi appena mentre con grandi buste attaccate alla vita rovistando a mani nude raccoglievano plastica, vetro, carta, lattine che alla fine della giornata avrebbero rivenduto a degli strozzini armati di grosse bilance e di pistole. Sembravano essi stessi rifiuti semoventi. Ed una parte di verità c’era in tutto questo: erano i rifiuti del mondo che vivevano dei rifiuti del mondo. Con immagini del genere impresse a fuoco nella carne viva della mia mente e dell’anima, l’aroma rassicurante del caffè quel giorno non ebbe alcun potere contro il tanfo acido dei rifiuti che avevo inalato e che, come gas untuoso, mi si era attaccato alle narici ed ai polmoni intossicandomi. Così quando Maria mi vide in quello stato, intuendo il motivo della mia angoscia prese a raccontarmi una favola. La favola dell’uccellino e la foresta. C’era una volta un uccellino che viveva in una immensa foresta. Fra i rami di un grandissimo albero aveva costruito il suo nido e felice volava tutto il dì rallegrando col suo canto gli altri animali. Ma un giorno vide del fumo alzarsi fra le fronde fino ad oscurare il sole. Presto le fiamme cominciarono ad ardere sempre più velocemente e l’uccellino vide tutti gli animali della foresta fuggire. A nulla servivano le sue grida di aiuto. “Dove andate? Non fuggite! Non possiamo permettere al fuoco di distruggere la nostra foresta!” cinguettava con tutta la sua forza. Ma allontanandosi gli altri animali rispondevano: “Cosa possiamo fare noi? Siamo piccoli. Il fuoco è grande. Non possiamo fare nulla”. Tuttavia l’uccellino era testardo e soprattutto non voleva accettare di veder distrutta la foresta che lo aveva accolto dandogli così generosamente una casa e del cibo. Senza pensare alle conseguenze del suo gesto cominciò a volare in alto fino a raggiungere il fiume. Si posò sulla riva, riempì il suo becco di acqua e riprese il volo gettando poi l’acqua sopra le fiamme. Fece così per tutta la notte. Avanti ed indietro. Avanti ed indietro. Erano poche gocce d’acqua. Lui era un piccolo uccellino, ma la leggenda vuole che riuscì a salvare la foresta in fiamme. Dopo che Maria ebbe finito di raccontarmi la fiaba, mi guardò e mi strinse forte le mani senza aggiunger altro. “Non dimenticare mai”, mi disse con un sorriso ampio e sincero, “l’uccellino pequeno e la foresta”. Fu in quel momento che capì che il mio viaggio in Brasile non era stato inutile. Quel che avevo portato, è vero, era stata una piccola goccia, ma era servita, ne ero certa, a salvare anche solo un albero e soprattutto aveva rinvigorito la foresta che avevo dentro al cuore e che rischiava di morire. Dopo tanto vagare avevo trovato il cibo adatto alla mia anima affamata. Ancora oggi davanti ad una tazza di caffè io sento il profumo di quella splendida e martoriata terra da cui quel caffè proviene e la calda voce di Maria che mi esorta a non mollare mai. |
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