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L’uccellino pequeno e la foresta

di Stefania Santangelo

Sorseggiavo la mia tazzina di caffè tenendo lo sguardo fisso nel vuoto. Mi sentivo abulica dopo una giornata trascorsa a ticchettare sulla tastiera del mio pc numeri, date, pensieri, desideri.
E già. Le alluvioni di parole, immagini, sensazioni, esondavano spesso dagli argini della razionalità e, se è vero che esiste nei primati più evoluti una divisione fra mente ed anima, allagavano le secrete lande del mio io.
Un altro sorso di caffè.
Un’altra immagine. Nitida.
Appena un anno fa avevo affrontato il lungo volo per Olinda, capitale del Pernambuco, nel nord est del Brasile. Tutto era stato deciso così di fretta, ma nel contempo con tanta risoluzione che, nel giro di qualche mese avevo conosciuto i membri di una O.N.G. che operava nel continente sudamericano e sottoscritto la mia disponibilità per il servizio volontario di un mese fra le realtà più povere del Brasile. Anche allora, ricordo, mi sentivo stanca essendo tornata da uno stressante viaggio di lavoro. Eppure non mi ero tirata indietro.
Ho sempre pensato che esistono cibi per il corpo, cibi per la mente, fra tutti i libri, e poi quelli per l’anima. Io ne ero in cerca, affamata, poiché credevo che i cibi di cui si alimenta la parte più insondabile del nostro essere siano speciali, particolari, direi ad personam. Non esiste un pasto tale che possa risultare unanimemente piacevole al gusto e nutriente per tutti allo stesso modo. Così mi ritrovavo a chiedermi se forse il senso della vita, per le persone più coscienti, non consistesse nella ricerca del “pasto dell’anima” per sé più adatto. E’ vero, a 35 anni mi reputavo una donna matura, equilibrata, professionalmente affermata. Apparentemente soddisfatta appartenevo alla nuova razza dei single rampanti super-impegnati e nelle mie giornate, zeppe fino all’inverosimile, oltre al lavoro, svolgevo mille altre attività che mi aiutavano a sopravvivere. Corso di pilates, di lingua araba e portoghese, cinestudio, cinema, trekking domenicale, palestra. Eppure sentivo che tutto ciò che ogni giorno assumevo era soltanto un antipasto, quando, non sovente, un misero boccone per la mia anima. Dovevo ancora trovare il pasto di cui nutrirmi per non morire d’inedia o peggio, della peggiore delle malattie: il male di vivere.
Così mi ero buttata letteralmente a capofitto in quella avventura. Scoprii ben presto quante sorprese mi avrebbe riservato.
Il primo contatto con la gente del luogo l’ebbi attraverso Maria, presso cui fui ospitata. Maria era una donna solare, sempre sorridente, positiva. Aveva 47 anni e viveva in una favela in parte “bonificata” nella città di Recife. Ebbe modo di raccontarmi la sua vita, a puntate, come fosse una lunga telenovela, ogni pomeriggio davanti ad una tazza di caffè, dopo che rientravo dalle mie attività presso la scuola per bambine cosiddette “ad alto rischio” (rischio di cadere nella prostituzione per poter vivere e far vivere la propria famiglia). Fu in quei pomeriggi trascorsi a “tazzinare”, come li avevo battezzati, che mi accorsi del paradosso:in Brasile, che è il maggior produttore di caffè al mondo, non esisteva la moka! Maria preparava delle grandi tazze di caffè solubile, enormi sbobbe che sembravano la versione povera e taroccata della nostra bevanda. Eppure avevano il sapore di un morbido e rassicurante abbraccio.
Maria aveva due figli, Josè e Armando, avuti in tarda età dal suo nuovo compagno, Miguel, dieci anni più giovane di lei. Il suo primo marito, dopo averla a lungo maltrattata, l’aveva abbandonata con un figlio ancora attaccato al seno che, non appena era cresciuto, a sua volta l’aveva abbandonata. Eppure ogni volta che lei ne parlava sorrideva e, sperando, pregava che anche quel frutto di un amore malato, vivesse in qualsiasi parte del mondo e che ogni tanto pensasse alla sua mamma. Questo le era sufficiente. In realtà temeva di ricevere sue notizie: la migliore che le potesse arrivare era che si trovava per le strade a rubare ed a sniffare colla. Eppure Maria si sentiva fortunata perché aveva di che sfamare i suoi figli grazie a Miguel ed al suo lavoro di pulizie presso una pousada del centro. La casa era di una modestia disarmante, ma pulita. In camera da letto c’erano dei materassi, dove, suppongo, dormissero tutti quanti, in cucina un frigo e dei fornelli. L’essenziale. Altro che arredamento minimalista high-tech del mio appartamento del centro storico costatomi una fortuna!

Un giorno rincasai più distrutta del solito, ma soprattutto con un forte ed opprimente senso di impotenza e, dopo la doccia, benché volessi tanto bene a Maria ed ad i suoi esuberanti figlioli, avrei voluto chiudermi in camera e non sentire più nulla. Mi balenò addirittura l’idea di ritornare anzitempo in Italia.




 

Ma fu come se Maria avesse letto nella mia mente o ascoltato i miei assordanti pensieri. Mi prese le mani che tenevo fra i capelli mentre rimanevo seduta sulla sponda del letto a tormentarmi e mi trascinò in cucina con dolce autorità. Davanti alla tazza di caffè fumante mi asciugò una lacrima che mi aveva attraversato il viso. Mi sentivo sconfortata, avvilita, ma non sapevo se sarebbe stato giusto ed opportuno confidarmi con lei. Avrei rischiato di apparire una donna viziata ed insensibile e quasi mi sentivo in colpa per essere anche solo sfiorata da quei vili pensieri di fuga. Ma come contenerli?
Sentivo di essere al limite delle mie forze psico-fisiche. Mi ero abbattuta a causa di tutto quel marcio che vedevo ogni giorno, perché capivo di essere impotente di fronte a quell’immane male, alle quotidiane ingiustizie autorizzate dal mondo intero. Mi sentivo piccola. Atomo. Sentivo il peso insopportabile ed insostenibile di un macigno sul collo: ridicolo Atlante vacillante sotto il peso di una briciola di solidarietà.
Quel giorno ero andata a “visitare” una delle più grandi discariche di Recife, l’Aterro di Muribeca, dove vivevano più di 2000 persone, i catadores.
Brulicavano come mosche e nella sterminata e purulenta visione panoramica che mi si presentò dall’alto di una collina bonificata, non riuscivo a distinguere gli esseri umani dai rifiuti. Sembravano muoversi appena mentre con grandi buste attaccate alla vita rovistando a mani nude raccoglievano plastica, vetro, carta, lattine che alla fine della giornata avrebbero rivenduto a degli strozzini armati di grosse bilance e di pistole.
Sembravano essi stessi rifiuti semoventi. Ed una parte di verità c’era in tutto questo: erano i rifiuti del mondo che vivevano dei rifiuti del mondo.
Con immagini del genere impresse a fuoco nella carne viva della mia mente e dell’anima, l’aroma rassicurante del caffè quel giorno non ebbe alcun potere contro il tanfo acido dei rifiuti che avevo inalato e che, come gas untuoso, mi si era attaccato alle narici ed ai polmoni intossicandomi. Così quando Maria mi vide in quello stato, intuendo il motivo della mia angoscia prese a raccontarmi una favola.
La favola dell’uccellino e la foresta.
C’era una volta un uccellino che viveva in una immensa foresta. Fra i rami di un grandissimo albero aveva costruito il suo nido e felice volava tutto il dì rallegrando col suo canto gli altri animali. Ma un giorno vide del fumo alzarsi fra le fronde fino ad oscurare il sole. Presto le fiamme cominciarono ad ardere sempre più velocemente e l’uccellino vide tutti gli animali della foresta fuggire.
A nulla servivano le sue grida di aiuto.
“Dove andate? Non fuggite! Non possiamo permettere al fuoco di distruggere la nostra foresta!” cinguettava con tutta la sua forza.
Ma allontanandosi gli altri animali rispondevano: “Cosa possiamo fare noi? Siamo piccoli. Il fuoco è grande. Non possiamo fare nulla”.
Tuttavia l’uccellino era testardo e soprattutto non voleva accettare di veder distrutta la foresta che lo aveva accolto dandogli così generosamente una casa e del cibo. Senza pensare alle conseguenze del suo gesto cominciò a volare in alto fino a raggiungere il fiume. Si posò sulla riva, riempì il suo becco di acqua e riprese il volo gettando poi l’acqua sopra le fiamme. Fece così per tutta la notte. Avanti ed indietro. Avanti ed indietro. Erano poche gocce d’acqua. Lui era un piccolo uccellino, ma la leggenda vuole che riuscì a salvare la foresta in fiamme.

Dopo che Maria ebbe finito di raccontarmi la fiaba, mi guardò e mi strinse forte le mani senza aggiunger altro.
“Non dimenticare mai”, mi disse con un sorriso ampio e sincero, “l’uccellino pequeno e la foresta”.
Fu in quel momento che capì che il mio viaggio in Brasile non era stato inutile. Quel che avevo portato, è vero, era stata una piccola goccia, ma era servita, ne ero certa, a salvare anche solo un albero e soprattutto aveva rinvigorito la foresta che avevo dentro al cuore e che rischiava di morire.
Dopo tanto vagare avevo trovato il cibo adatto alla mia anima affamata.

Ancora oggi davanti ad una tazza di caffè io sento il profumo di quella splendida e martoriata terra da cui quel caffè proviene e la calda voce di Maria che mi esorta a non mollare mai.
 

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