direttore Piero Pace

prima pagina :: indice racconti

Breve racconto di un viaggio in Siria

Ahlan wa sahan
di Stefania Santangelo

Da tempo, per motivi di lavoro, frequento alcuni Paesi arabi. In tanti anni ho avuto modo di conoscere una civiltà che è molto diversa dalla nostra e non solo per la religione professata, nonostante, come ben si sa, la religione musulmana più di quella cattolica impregna la vita di uomo.
Un’esperienza è stata per me la più toccante. Quest’estate mi trovavo a Damasco ed avevo stretto amicizia con dei ragazzi che gestivano un negozio di artigianato e souvenir nella piazza principale della città vecchia, davanti alla maestosa moschea degli Ommayadi. Trascorrevo i miei pomeriggi con loro e, a volte, visto il grande afflusso di italiani, li aiutavo pure, per quanto mi era possibile, nelle vendite. La sera, chiuso il negozio, si passeggiava per le vie della medina e si sceglieva un locale (tutti belli e ben curati…c’era davvero l’imbarazzo della scelta!) in cui mangiare, anzi assaggiare le mille e gustose specialità di questa terra. Il centro di Damasco era ben tenuto, sempre pulito nonostante la tendenza, chiamiamola così, degli Arabi a non curare la pulizia delle strade ed il loro decoro.
Tuttavia a qualsiasi ora del giorno e della notte il brusio dei turisti che si affollavano davanti alle vetrinette e i continui inviti “Fàddali!” (Prego, accomodati), “Ahlan wa sahlan” (Che tu sia il benvenuto), tipici della “ospitalità siriana” venivano interrotti dal duro vibrare, fra i basoli irregolari delle strade, del carrettino di immondizia che un vecchio trascinava avanti ed indietro. Non c’era giorno in cui non mi capitasse di incontrarlo. Era vecchio, camminava piegato e teneva sempre gli occhi bassi.
Ebbene: ogni qual volta ci si imbatteva nel vecchietto o in qualche mendicante (che non erano pochi) i miei amici, che certo non vivevano nella ricchezza più sfrenata, mettevano mano in tasca per cavare qualche lira da dare come elemosina. La cosa mi colpì, anche perché avveniva con regolarità, ogni giorno, e più di una volta nella stessa serata. Ma non fu l’unica.
Un giorno decisi di portare ad i miei amici una bella ciotola di spaghetti conditi con una salsa “all’italiana” da me stessa preparata. La mangiammo in negozio. Loro parvero gradirla, ma avevo esagerato nelle dosi e ne rimase una porzione abbondante. Bevemmo con calma il the (immancabile!) e dopo un po’, per pulire il negozio dai resti del pasto, presi la ciotola e pensai, del tutto spontaneamente, di gettarne il contenuto. Magari sarebbe stata mangiato da qualche gatto! La pasta era oramai fredda e comunque non c’era un posto in cui poterla conservare. Ma i ragazzi mi guardarono amorevolmente in tralice e mi dissero: “Perché buttarla? La daremo a qualche povero che oggi non ha mangiato”. Così uno di loro prese la ciotola e poco dopo tornò riportandola vuota. Vedere la ciotola ripulita mi colpì come una folata di vento gelido improvviso in quel caldo pomeriggio di fine agosto. Rabbrividii. Qualche povero, proprio lì accanto a me, qualcuno che io non avevo visto o chissà non avevo saputo vedere, aveva potuto cibarsi di un pasto con gli avanzi del mio. La cosa che maggiormente mi fece sentire in colpa fu che da credente cristiana non avevo pensato a quella “naturale possibilità”. Come mi era venuta in mente di buttarla…o di darla ad un animale? Come? Quanto cibo avevo buttato con tanta noncuranza? Sapevo che l’elemosina è uno dei cinque “doveri” dei Musulmani, ma esserne spettatrice impreparata mi fece riflettere.


 

Damasco: moschea degli Ommayadi

 

 

Pellegrina in preghiera

Modica.info testata giornalistica online
www.modica.info
Direttore responsabile: Piero Pace
Registrazione Tribunale di Modica - n° 1  gennaio 2004
Tutti i diritti sono riservati. E' vietata la riproduzione anche parziale.
Copyright 2003 - 2006 ©  Associazione Modica Info  All Rights Reserved
redazione