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Da tempo, per motivi di lavoro, frequento alcuni
Paesi arabi. In tanti anni ho avuto modo di conoscere una civiltà che è
molto diversa dalla nostra e non solo per la religione professata,
nonostante, come ben si sa, la religione musulmana più di quella cattolica
impregna la vita di uomo.
Un’esperienza è stata per me la più toccante. Quest’estate mi trovavo a
Damasco ed avevo stretto amicizia con dei ragazzi che gestivano un negozio
di artigianato e souvenir nella piazza principale della città vecchia,
davanti alla maestosa moschea degli Ommayadi. Trascorrevo i miei pomeriggi
con loro e, a volte, visto il grande afflusso di italiani, li aiutavo
pure, per quanto mi era possibile, nelle vendite. La sera, chiuso il
negozio, si passeggiava per le vie della medina e si sceglieva un locale
(tutti belli e ben curati…c’era davvero l’imbarazzo della scelta!) in cui
mangiare, anzi assaggiare le mille e gustose specialità di questa terra.
Il centro di Damasco era ben tenuto, sempre pulito nonostante la tendenza,
chiamiamola così, degli Arabi a non curare la pulizia delle strade ed il
loro decoro.
Tuttavia a qualsiasi ora del giorno e della notte il brusio dei turisti
che si affollavano davanti alle vetrinette e i continui inviti “Fàddali!”
(Prego, accomodati), “Ahlan wa sahlan” (Che tu sia il benvenuto), tipici
della “ospitalità siriana” venivano interrotti dal duro vibrare, fra i
basoli irregolari delle strade, del carrettino di immondizia che un
vecchio trascinava avanti ed indietro. Non c’era giorno in cui non mi
capitasse di incontrarlo. Era vecchio, camminava piegato e teneva sempre
gli occhi bassi.
Ebbene: ogni qual volta ci si imbatteva nel vecchietto o in qualche
mendicante (che non erano pochi) i miei amici, che certo non vivevano
nella ricchezza più sfrenata, mettevano mano in tasca per cavare qualche
lira da dare come elemosina. La cosa mi colpì, anche perché avveniva con
regolarità, ogni giorno, e più di una volta nella stessa serata. Ma non fu
l’unica.
Un giorno decisi di portare ad i miei amici una bella ciotola di spaghetti
conditi con una salsa “all’italiana” da me stessa preparata. La mangiammo
in negozio. Loro parvero gradirla, ma avevo esagerato nelle dosi e ne
rimase una porzione abbondante. Bevemmo con calma il the (immancabile!) e
dopo un po’, per pulire il negozio dai resti del pasto, presi la ciotola e
pensai, del tutto spontaneamente, di gettarne il contenuto. Magari sarebbe
stata mangiato da qualche gatto! La pasta era oramai fredda e comunque non
c’era un posto in cui poterla conservare. Ma i ragazzi mi guardarono
amorevolmente in tralice e mi dissero: “Perché buttarla? La daremo a
qualche povero che oggi non ha mangiato”. Così uno di loro prese la
ciotola e poco dopo tornò riportandola vuota. Vedere la ciotola ripulita
mi colpì come una folata di vento gelido improvviso in quel caldo
pomeriggio di fine agosto. Rabbrividii. Qualche povero, proprio lì accanto
a me, qualcuno che io non avevo visto o chissà non avevo saputo vedere,
aveva potuto cibarsi di un pasto con gli avanzi del mio. La cosa che
maggiormente mi fece sentire in colpa fu che da credente cristiana non
avevo pensato a quella “naturale possibilità”. Come mi era venuta in mente
di buttarla…o di darla ad un animale? Come? Quanto cibo avevo buttato con
tanta noncuranza? Sapevo che l’elemosina è uno dei cinque “doveri” dei
Musulmani, ma esserne spettatrice impreparata mi fece riflettere.
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 Damasco: moschea
degli Ommayadi

Pellegrina in preghiera |