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Sicilia archeologicaItinerari archeologici nell’agro netino: la necropoli preistorica di Castellucciodi Gianmarco Alberti |
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Il sito in questione è quello della necropoli di Castelluccio, che prende il nome dal comprensorio in cui essa giace, 20 Km a nord-ovest dalla Noto moderna. La necropoli di Castelluccio fu indagata tra il 1890-1891 dall’archeologo roveretano Paolo Orsi, alla cui instancabile attività la ricerca archeologica in Sicilia deve molto ed al quale è intitolato il Museo archeologico regionale di Siracusa. L’Orsi indagò la necropoli e gli scarichi del villaggio, che hanno permesso, con i materiali in essi rinvenuti, di delineare le caratteristiche (usanze funerarie, tipologie architettoniche funebri, modi di produzione-circolazione e consumo di beni) di una delle più diffuse culture della Sicilia preistorica, che prese il nome di "cultura di Castelluccio" proprio perché il sito nei pressi di Noto fu il primo indagato ed uno dei più consistenti. La cultura castellucciana occupa la fase del periodo della preistoria siciliana definito "antica età del bronzo": in termini di cronologia assoluta, grazie a datazioni al Carbonio 14 effettuate alla Muculufa (un altro sito di età castellucciana, nella valle del Salso, a 20 Km dalla foce del fiume), si sono potuti definire meglio i limiti cronologici. Quello alto è da porsi verso la fine del III millennio a.C. (2200 a.C.), quello inferiore verso il 1500 a.C. (date le ultime acquisizioni sarebbe bene "svecchiare" la segnaletica turistica che si trova in situ).
La necropoli di Castelluccio si apre con circa duecento tombe nei fianchi della Cava della Signora: le sepolture erano scavate nel tenero calcare e presentano una camera tombale di pianta ellittica o sub-circolare con diametro di 1,5-2,0 metri ed altezza di 1,2 metri; l’accesso era costituito da una porta rettangolare con cornice aggettante che permetteva di chiudere l’apertura mediante un chiusino rettangolare, anch’esso realizzato in pietra calcarea (Fig.1).
Fig. 1: pianta di sepoltura castellucciana (da R. Leighton, Sicily before History, London 1999)
Pochi chiusini presentavano una decorazione a rilievo con motivi a spirale: per la decorazione di un chiusino in particolare (quello della tomba 31, esposto al Museo Paolo Orsi di Siracusa) è stata avanzata l’ipotesi della rappresentazione di un atto sessuale (Fig.2).
Fig. 2: chiusino con decorazione a rilievo dalla necropoli di Castelluccio (da S. Tusa [a cura di], Prima Sicilia. Alle origini della società siciliana, Palermo 1997).
La decorazione di questo chiusino rappresenta l’unico esempio finora noto nell’ambito della preistoria siciliana di scultura monumentale e permette di avanzare delle ipotesi sull’ideologia funeraria delle genti della cultura di Castelluccio, basata sul dualismo vita-morte e sullo stretto legame che intercorre tra il mondo dei morti e la forza vitale, rappresentata dal fallo, generatrice di vita. Le sepolture più complesse presentano (procedendo, nella descrizione, dall’interno della tomba all’esterno) una camera funeraria con nicchia, un’anticella (piccolo ambiente di pianta ellittica che precede la cella funeraria) ed un padiglione esterno. La sepoltura più caratteristica della necropoli di Castelluccio è quella che presenta un prospetto monumentale con quattro pilastrini a sezione quadrata, realizzati risparmiando il calcare nel processo di escavazione: al di là del "portico" ed inquadrata dai pilastrini si apre la piccola porta di ingresso alla camera funeraria vera e propria (Fig. 3).
Fig. 3: sepoltura castellucciana con prospetto a finti pilastri (da R. Leighton, Sicily before History, London 1999).
Questa tipologia tombale (presente, con piccole differenze, anche in altre necropoli castellucciane in territorio di Rosolini ed Ispica) insieme alla presenza dei chiusini decorati a rilievo (tre nell’insieme di circa duecento sepolture) possono essere interpretati come elementi elitari e, dunque, come segni di una differenziazione sociale, in virtù della quale pochi gruppi umani avevano la possibilità "economica" di realizzare, o farsi realizzare, una sepoltura che, per articolazione architettonica e complessità, richiedeva un lungo e dispendioso lavoro di escavazione che avveniva, bisogna tenerlo presente, mediante strumenti in pietra (selce). Le tombe ospitavano sepolture multiple, con inumati deposti in momenti successivi: è chiaro che il chiusino della sepoltura veniva periodicamente rimosso per deporre il nuovo defunto, spostando i defunti già sepolti (o quello che di essi rimaneva) verso le pareti. Questo tipo di usanza funeraria ci permette di cogliere l’eco di un’organizzazione sociale fondata sulla famiglia di tipo allargato, i cui componenti, nell’arco degli anni, andavano ad utilizzare la stessa sepoltura. Questo tipo di relazioni parenterali sarebbero tipica espressione di una civiltà agro-pastorale, in cui un elemento di essenziale importanza per il sostentamento è costituito dal grosso numero dei componenti familiari. Un altro spunto per la conoscenza dell’ideologia funeraria delle genti di Castelluccio proviene dalla tomba 31, quella che presentava il chiusino decorato a rilievo visto nella precedente figura. L’Orsi, al momento dell’indagine nella sepoltura, ritrovò i crani dei defunti disposti in cerchio, lungo le pareti della camera sepolcrale, e le ossa dei corpi raggruppate verso il centro. Sembra dunque che originariamente i defunti fossero stati disposti in una sorta di "banchetto funebre", allietato da vivande che erano state deposte all’interno dei vasi di corredo, nei quali l’archeologo roveretano trovò resti di ossa animali (di piccoli mammiferi). Cibo ed acqua, contenuta nei vasi più grossi ad apertura larga, dovevano quindi accompagnare i defunti nell’ideale mondo ultraterreno. In pochi casi i defunti erano "stipati" nell’anticella o sul piano immediatamente antistante l’ingresso della sepoltura; in questi ultimi casi Paolo Orsi interpretò, pur non adducendo motivazioni basate su riscontri oggettivi, che si trattasse di deposizioni di schiavi. I defunti erano accompagnati da un corredo costituito da materiali vari: prevale la presenza di manufatti ceramici sia acromi che dipinti. La ceramica dipinta tipica della cultura di Castelluccio presenta un vasto repertorio di motivi geometrici in colore bruno (triangoli, motivi a spina di pesce, linee ondulate) su un fondo rossastro o giallo. Le forme, realizzate senza l’uso del tornio, sono varie: piccole coppe, olle biansate, bacini su alto piede, coppe su alto piede, bicchieri a clessidra biansati. Oltre alla ceramica, i corredi funebri contenevano anche coltelli di selce, spesso collocati sotto il cranio del morto (forse in corrispondenza di individui maschi), accette litiche a taglio corroso (dunque usate), accette miniaturistiche forse utilizzate come pendaglio, ed ancora pendagli in osso o conchiglia, vaghi di collana in osso, ambra o anche in bronzo. Tra i materiali provenienti dalla necropoli alcuni in particolare hanno destato l’interesse degli archeologi. I più celebri e caratteristici della cultura castellucciana sono i cosiddetti "ossi a globuli": manufatti di forma allungata, realizzati intagliando un osso in modo da delineare nella parte centrale una sequenza di globuli incorniciati da una zona campita a trattini incisi (Fig.4, a-b).
a b Fig. 4: ossi a globuli (a: da S. Tusa [a cura di], Prima Sicilia. Alle origini della società siciliana, Palermo 1997; b: da R. Leighton, Sicily before History, London 1999).
Manufatti simili si conoscono anche da altri siti siciliani di età castellucciana e sono stati rinvenuti anche, fuori dalla Sicilia, a Troia (Asia Minore), Lerna (Grecia), in Puglia ed a Malta. Si dibatte sia sull’utilizzo degli "ossi a globuli" che sul luogo originario di "nascita" di tali manufatti. Per la prima questione, le ipotesi avanzate dagli studiosi sono discordanti e variano dalla funzione di "idoletti" schematici a quella di amuleti o pendagli od immanicature di utensili (tanto più che alcuni esemplari presentavano dei forellini alle estremità). Il problema del luogo di origine è ancora più spinoso e passibile di duplice interpretazione: gli esemplari più numerosi e di migliore fattura provengono dai contesti castellucciani siciliani, mentre gli ossi a globuli rinvenuti fuori dalla Sicilia sono meno numerosi e di fattura meno accurata. Si è in dubbio, dunque, su una derivazione "esterna" di tali manufatti, che poi avrebbero trovato ampio "successo" tra le genti castellucciane, oppure su una originaria "paternità" castellucciana di tali manufatti, che sarebbero stati poi imitati al di fuori dell’isola. Al di là del problema dell’origine e del loro utilizzo, gli "ossi a globuli" offrono una testimonianza di prim’ordine sui contatti esterni che interessavano la cultura di Castelluccio. Lo stesso può dirsi per altri manufatti provenienti dalla necropoli: uno in bronzo, dalla tomba 22, interpretato come "giogo di bilancia" (ma c’è chi ha pensato ad un elemento di ornamento personale) che richiama alla memoria un simile oggetto, ma in oro, dai corredi delle tombe del Circolo A di Micene (Grecia); un altro dalla tomba 32, frammentario, interpretato come "pinzetta". Per entrambi i manufatti si è proposta una origine egea. La necropoli di Castelluccio non ha restituito armi tra i corredi: questa classe di materiali si conosce, invece, da ricerche archeologiche effettuate in siti castellucciani in altre località della Sicilia, come a Santa Febronia, in territorio di Palagonia (provincia di Catania), dove è stato indagato un villaggio con annessa necropoli. Da una tomba proviene uno dei pochi pugnali castellucciani che si conoscono in tutta la Sicilia. Il pugnale ha forma triangolare con i lati lunghi concavi: la forma richiama da vicino manufatti simili caratteristici di una cultura preistorica di Malta. Questa evidenza, unita alla scarsità di risorse minerarie che permettessero nell’isola uno sviluppo intenso della metallurgia, ha fatto pensare che tali manufatti fossero di importazione esterna. Ma oggi è possibile delineare meglio questo quadro di conoscenze in base al rinvenimento di matrici di fusione in un sito castellucciano in territorio di Mineo e nello stesso sito che ha restituito il pugnale esaminato prima. Probabilmente, quindi, la fattura di piccoli manufatti in bronzo (le cui matrici di fusione sono state rinvenute a Santa Febronia) e dei pugnaletti avveniva sull’isola. Altri materiali dalla necropoli di Castelluccio che ripropongono il problema dell’apertura verso l’esterno di questa cultura sono: frammenti di ceramica maltese ed un mezzo anello di ferro. Il mezzo anello di ferro è interpretato da alcuni studiosi come oggetto di importazione e, dunque, come la più antica testimonianza di questo materiale nel Mediterraneo occidentale; altri spiegano la presenza di quel manufatto con il parziale riutilizzo della necropoli in un’età più tarda: la presenza dell’oggetto sarebbe quindi "intrusiva" nel contesto castellucciano. La ceramica maltese proveniva verosimilmente dalla costa, lungo la quale si conoscono numerosi insediamenti castellucciani che dovevano fungere da "centri specializzati" nei contatti transmarini, tra i quali uno nella moderna penisola di Magnisi (a nord di Siracusa, nel golfo di Augusta), l’altro nell’isolotto (un tempo penisola) di Ognina (a sud di Siracusa). Questi siti specializzati nel commercio marittimo dovevano fare da raccordo tra i contatti esterni e gli insediamenti castellucciani dell’entroterra caratterizzati da un’economia essenzialmente rivolta allo sfruttamento delle risorse ambientali agro-pastorali e minerarie. La ceramica maltese importata è da interpretare, dunque, come testimonianza della fitta rete di scambi commerciali che legavano i villaggi castellucciani del territorio Ibleo con le genti dell’isola di Malta, che dovevano importare massicciamente dalla nostra isola la selce, specie dalla zona dell’odierno comprensorio ragusano dove sono note delle grotte artificiali scavate nei banchi calcarei, usate, dapprima, per l’estrazione e la lavorazione della selce, poi per sepolture. La necropoli di Castelluccio era connessa ad un villaggio che Paolo Orsi individuò sul pianoro alla sommità della Cava della Signora: di esso poco è rimasto ed ancora meno è visibile al visitatore. I villaggi castellucciani, noti in altri siti della Sicilia e non di grosse dimensioni, erano ampiamente diffusi nel territorio e sembra che vivessero in pacifica convivenza: sono, infatti, assenti quasi del tutto le fortificazioni. Le uniche tre strutture difensive note sono presso i villaggi costieri di Branco Grande (presso Camarina), Thapsos (odierna penisola Magnisi) e del Petraro di Melilli. Tornando alla necropoli di Castelluccio, non lontano da essa Paolo Orsi indago gli scarichi del villaggio, che hanno restituito asce basaltiche, macine anch’esse basaltiche, coltelli di selce, punteruoli in osso, ceramica frammentaria (scarti di lavorazione) con forme identiche a quelle rinvenute nelle tombe, ossi a globuli. Per concludere, inanellando gli elementi sommariamente analizzati, l’immagine che emerge della cultura di Castelluccio è quella di una società a forte connotazione agro-pastorale ma che, col procedere della ricerca, mostra sempre più evidentemente una buona apertura verso il mondo esterno, col quale fanno da tramite i "siti costieri specializzati". Su un "humus" comune di attività economiche primarie (agricoltura ed allevamento) si innesta un (incipiente) processo di differenziazione che vede il delinearsi di attività "mirate", come quella "mercantile" (legata ai suddetti siti costieri specializzati), quella "mineraria", legata al distretto Ibleo ed all’estrazione-lavorazione della selce, o quella "artigianale" testimoniata dalle matrici di fusione dai siti castellucciani del territorio di Mineo e da Santa Febronia. Potrebbe essere connessa a questa fase di differenziazione economica "tra" i villaggi ed "all’interno" dei villaggi la comparsa degli elementi elitari evidenziati prima a proposito dell’architettura funeraria, come le sepolture a prospetto monumentale ed i chiusini scolpiti. Mi piace concludere questo breve excursus sulla necropoli di Castelluccio e sulla cultura che da quel sito prende il nome, con l’affascinante immagine, avanzata da altri studiosi, secondo la quale, per vie a noi ignote, il ricordo di questi "primi" abitanti della nostra isola è giunto comunque, pur attraverso i millenni, nell’immaginario collettivo dei Greci. Essi identificarono quei primi abitanti della Trinacrie con i Ciclopi rozzi, giganti e senza legge.
Bibliofilia minima:
Per una sintesi degli aspetti e delle problematiche relative sia alla necropoli di Castelluccio che alla cultura castellucciana in generale, si veda:
- Vincenzo La Rosa, Castelluccio, in Dizionario Netino di Scienze, Lettere ed Arti, Noto, 1986, pp.49 e seguenti.
Chi volesse avviarsi ad un primo approfondimento della preistoria siciliana può consultare le seguenti opere:
- Sebastiano Tusa, La Sicilia nella preistoria, Palermo 1992.
- R. Ross Holloway, Archeologia della Sicilia antica, Torino 1995, che contiene alle pp. 3-61 una sintesi della preistoria siciliana.
- Robert Leighton, Sicily before history, an archeological survey from the Paleolithic to Iron Age, London 1999.
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