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...dedicato alle vittime dell'olocausto
perchè ogni giorno sia
"Il giorno della memoria"
"IL VIAGGIO DI ODISSEO"
di
Vincenzo Consolo e Mario Nicolao
(con introduzione di Maria Corti)
ED. BOMPIANI, MI, 1999
Succede
raramente che degli scritti divengano dei classici in pochi anni dalla
loro pubblicazione per la cosciente e riconosciuta presenza di un
messaggio universale che tocca ogni sentire dell'uomo.
Il viaggio di Odisseo merita di divenire un classico della saggistica, per
la sua forza attuale e per la novità della ricerca critica, grazie alla
felice intuizione di Consolo nell'interpretare modernamente il cavallo di
Troia, lo stratagemma di Ulisse per dare scacco matto ai troiani. Come
tale va letto, nella chiave di un confronto meditato, cedendo al piacere
impareggiabile di una rilettura che offre di per sè nuove sfumature nella
gradevolezza di uno stile che avvince e assorbe completamente il pensiero.
La formula del saggio è ben strutturata
e gli autori vi sospingono l'inconsapevole lettore ad un alto grado di
riflessione e ad un'interrogarsi che presuppone scelte di posizione,
autocritica e prese di coscienza immediate.
Vincenzo Consolo si confronta col mito di Odisseo, forse uno dei miti più
affascinanti della storia della letteratura e sceglie di farlo in doppio,
quasi con uno sguardo a Borges, nel dialogo con Mario Nicolao. Ciò avviene
mentre entrambi pirandellianamente, mettono davanti ad uno specchio
dell'identità, sè stessi e la letteratura in una sorta di viaggio
iniziatico il cui incipit èquello personale che alla luce del viaggio
dell'eroe omerico, segna solo la prima tappa di un labirintico percorso
che si apre sui mille viaggi dell'uomo, del siciliano e
dell'intellettuale. E a contorni più ampi sconfina oceanicamente
nell'eternità più autentica che rende moderna la figura di Ulisse. Quella
della storia continuamente riscritta, eppure uguale, del destino dell'uomo
di tutti i tempi, alle prese con una bellezza attraente e paurosa al tmpo
stesso di una delle metafore della vita: il mare.
Quello stesso mare che è nostro e di Odisseo e che è infinita e
incredibilmente bella e misteriosa strada dell'esistere.
In questa passeggiata intellettuale Consolo compie una scoperta critica
tra le più raffinate del nostro secolo. Il cavallo di Troia, nella sua
forza creativa e risolutiva, opera dell'intelletto e dell'astuzia di uno
stratega è "il primo mostro tecnologico". Assomma in sè la peculiarità del
dono lasciato ai troiani, ma è dono della tecnica, e come ogni scoperta
tecnologica l'utilizzo errato la può trasformare in un'insidia, in un
idolo, mostrando l'altra faccia della medaglia. Si insinua su questa
scoperta la modernità pulsante di ogni novità della tecnica che venga
usata per fini a volte orrendi e distruttivi come fu per la bomba atomica.
Se il cavallo di Troia fosse rimasto un mirabile esempio di artigianato
artistico e ingegneristico non avrebbe causato la fine impietosa di Troia
assaltata e incendiata a tradimento nella notte, grazie all'impostura che
nascondeva al suo interno. E questo segna una svolta nel viaggio, perchè è
il momento che apre il viaggio di Odisseo verso un peregrinare che non si
potrà concludere con il ritorno ad Itaca.
Ciò che ha fatto lo ha reso immortale figura dell'astuzia ma ha innescato
un destino inesorabile della colpa per cui è stato condannato a migrare di
continuo in "un girare a vuoto" perchè, come dice Mario Nicolao, "tutti
gli eroi sopravvissuti alla caduta di Troia sono stati colpiti dalla
maledizione , spinti come fuscelli dalla tempesta in terra e in mare". E'
la maledizione dell'uomo tecnologico, che ha creato le colpe collettive
delle guerre, dei campi di sterminio, delle pulizie etniche. Il giorno, i
giorni della memoria devono essere anche un interrogarsi su questo.
La colpa deve essere espiata da un altro viaggio quello del racconto,
quello del ritorno, interminabile, quello della memoria.
La colpa, la maledizione, l'erranza. In tutto ciò dunque è forte
l'elemento nostalgico verso la propria terra e prendono vita gli infiniti
volti di Odisseo che è divenuto epigone e metafora della ricerca di sè. E
che ritroviamo nel volto di Vittorini di "Conversazioni in Sicilia",
anch'esso un viaggio di ritorno, con un romanzo che è occasione di svolta
per la letteratura siciliana, l'oltre Verga e il fatalismo, il
determinismo, e l'immobilismo del pensiero e dell'azione.
Il viaggio è dunque movimento, impegno, e avendo superato d'un colpo la
triade De Roberto-Pirandello-Brancati, con Vittorini la geografia del
mondo siciliano oltrepassa le colonne d'Ercole della mente e si pone oltre
il circuito del guscio della morale dell'ostrica, della stanza borghese
della tortura, tale in quanto dramma intimo e luogo chiuso dell'uomo solo
di Pirandello.
Il salto nel vuoto che amplia a dismisura questi confini è reso possibile
dallo Sciascia antipirandelliano ed ecco il cittadino si confronta con
tenace concetto con la crisi trasferitasi nell'agorà. Il cittadino
interloquisce con il politico istituzionale, contro le devianze del
potere, e che sia inquisizione o mafia esso ha prodotto grandi
lacerazioni, sono i nuovi Leviathan, questa volta reali. Itaca è perduta!
e allora?
Consolo trasferisce il difficile compito del viaggio sul registro del
racconto in un dolore che è mistico nell'osservare il suo amore perduto,
la sua Sicilia perduta, annientata dai Proci. Ma nel racconto ogni volta
la ripulisce dal fango, con furore, tuffandosi nella memoria e nel mito
con il sorriso dell'eternbo marinaio che ritrova il suo tesoro.
L'Itaca dove Consolo è nato, la sua radice culturale è come quell'ulivo in
cui Ulisse ha intagliato il talamo nuziale, cui sono legati i suoi
affetti.
Il vero viaggio è il racconto che "trascina la sofferenza vissuta dalla
memoria".
Eppure anche nel racconto che Ulisse compie delle sue avventure c'è una
sorta di manipolazione, perchè l'obiettivo, ottenere una nave per
ripartire verso Itaca, necessita di "un racconto espresso con doti
incantatorie". La scrittura è spiegazione metaforica del mare della vita,
ancora il mare, di cui ripropone con i suoi a capo e con le righe il
movimento delle onde, il suo andamento errante.
Il viaggio di Consolo, la sua vita intera è il racconto. Lo scrittore deve
incantare e riversare nella scrittura, tutta la sua saggezza, la sua
cultura, la sua visione del mondo, con l'ira di Achille e l'esperienza di
Ulisse, cioè "le due scene primitive" che dominano l'occidente letterario
secondo quanto attesta uno storico dell'arte come Philippe Lacoue Labarthe
e che raccontano la nostra essenza occidentale che è collerica e
avventurosa, sperimentale, e che passa per la collera del Dio biblico per
il deserto dello spirito e ancora attraverso la passione, la morte e la
resurrezione. Con la morte compie il topos della letteratura, il viaggio
agl'inferi, come Virgilio e Dante, e Joyce e Orfeo, il cui mito è solo il
racconto incantatorio dell'origine della poesia, dell'arte. E arte e mito,
si sa, in Sicilia, sono eterne, indistinguibili compagne.
Rita Miracolo
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