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 È stato il figlio  il nuovo romanzo di Roberto Alajmo

 

In un’intervista Alajmo ha dichiarato: “Quasi sempre alla base delle mie storie c'è qualcosa di vero che ho osservato o letto in cronaca. Vi sono storie che molto spesso sui giornali vengono liquidate con poche righe: io comincio a ragionare, a cercare di capire quali personaggi ci sono dietro ai fatti. La cronaca diventa come il giro di manovella che faceva partire i vecchi motori a scoppio: serve a far partire la storia”.

Così è stato per Cuore di madre dove lo spunto nasceva dalla cronaca di un rapimento del figlio di un pentito di mafia. È così è stato anche per È stato il figlio (Mondadori) il nuovo romanzo di Roberto Alajmo.

 

Un banale incidente stradale dietro l’omicidio di Salvatore Altieri, il 42enne incensurato ucciso domenica sera in via Cassari. L’uomo sarebbe stato ammazzato dal figlio al culmine di una lite nata, pare, per via di alcune ammaccature sulla Bmw di famiglia. Altieri avrebbe rimproverato i ripetuti incidenti al figlio ventitreenne, Federico. Gli avrebbe chiesto spiegazioni, forse in maniera energica, e quello per tutta risposta gli avrebbe sparato tre colpi di pistola, una calibro 7,65 che i poliziotti stanno cercando come sia finita nelle sue mani. Due proiettili a segno, sterno e schiena, il terzo è andato a vuoto… Federico Altieri è stato rintracciato intorno alla mezzanotte a casa della fidanzata. Gli agenti erano stati messi sulle sue tracce dal racconto di alcuni parenti e amici di famiglia. Tutti a parlare dei rapporti tutt’altro che idilliaci tra padre e figlio, delle frequenti liti… Il ragazzo, tecnicamente, è in stato di fermo. Da quando è stato bloccato ad ora non ha detto una sola parola. "Si è chiuso in un mutismo assoluto", dice il capo della squadra mobile….

 

Questa notizia, pubblicata dal Giornale di Sicilia del 2001, è alla base di È stato il figlio. Alajmo ha però rimescolato le carte, inserendo elementi nuovi e cambiando l’ambientazione della storia.

 

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Palermo, una domenica mattina. Dai Ciraulo, che abitano al terzo piano di un palazzo sporco e buio, in vico Tamburinai nel popolare quartiere della Kalsa, c’è stato un delitto. A sparare, stando al titolo del romanzo, è stato il figlio Tancredi.

All’inizio del libro, Tancredi è chiuso in bagno, con l’orecchio appoggiato alla porta, nel tentativo di sentire qualcosa, una parola, un bisbiglio. Dall’altra parte, in mezzo al salotto c’è il cadavere di suo padre, Nicola. Intorno al cadavere stanno i genitori e la moglie. Sembra di assistere ad una rappresentazione teatrale: da un lato il figlio, dall’altra i parenti, nel mezzo un diaframma che li separa ma che non ostacola lo sguardo dello spettatore-lettore attraverso la quarta parete.   

Dal nascondiglio, il figlio assiste impotente all’arrivo della Polizia. Gli agenti entrano, iniziano il sopralluogo, interrogano i familiari. Dopo qualche esitazione, arrivano le prime ammissioni che inchiodano Tancredi.

Tutto depone contro di lui: la famiglia lo addita come colpevole, ha avuto un violento diverbio col padre per un futile motivo, questi lo ha picchiato e lui l’ha ucciso. Fermato e messo sotto custodia, non prova nemmeno a discolparsi.

Il caso è chiuso. C’è il cadavere, c’è il movente, c’è l’assassino, ci sono i testimoni. È tutto finito. Il libro comincia. E va avanti per 14 capitoli nei quali agli inquirenti (e al lettore) non resta che approfondire le ragioni, scavare nel movente e nell’ambiente del parricida. Fino a scoprire una verità diversa da quella che era emersa all’inizio.

Ed è quello che cercheremo di fare anche noi, cominciando a conoscere la famiglia Ciraulo attraverso le parole dell’autore.

Nicola Ciraulo era il capofamiglia. Era grande, grosso e autorevole: un “armàlo”, secondo la madre. Una lavoro precario come Lsu e dei lavoretti in nero, come la rottamazione delle imbarcazioni alla Cala: è così che manda avanti la famiglia.

Una famiglia allargata, la sua, con i genitori Fonzio e Rosa, la moglie Loredana e il figlio Tancredi.

Nonno Fonzio è un personaggio taciturno, prudente fino all’ignavia. In ciò assomiglia, come vedremo, al nipote Tancredi.

Nonna Rosa, all’opposto, prende o avalla le decisioni più importanti in famiglia. È lei la vera capofamiglia. E conduce per questo una lotta intestina contro la nuora, nella quale vede un potenziale ostacolo alla sua capacità di ingerenza nelle scelte della famiglia. Una lotta, la sua, fatta di accuse velate, allusioni malevole taglienti e pungenti. “Ce l’ha col mondo – scrive l’autore - È amareggiata. Arrivata al momento di fare il bilancio della sua vita ha scoperto di essere in credito, e non potendo più andare all’incasso ha deciso di vendicarsi rendendo più difficile l’esistenza al resto dell’umanità” (p.23).

Loredana, la madre, affettuosa e soffocante, è in guerra con la nuora. Ha un tipico modo di parlare, con la ripetizione delle frasi e l’inversione degli elementi del periodo.

Tancredi è un ragazzo introverso e indolente, con la testa in aria. “Tancredi- scrive Alajmo – è fatto così. Arriva un momento in cui le cose che gli succedono, anche quelle gravi, è come se succedessero a qualcun altro” (p.16). La cosa che da sempre sa fare più di ogni altra è chiudersi in sé stesso.

Nel corso del romanzo è descritto da più punti di vista. Nel far ciò, Alajmo riesce a rendere invisibile la sua scrittura, occultandola sotto le voci, le impressioni, le testimonianze dei protagonisti, in una struttura narrativa caratterizzata dalla plurivocità, dalla polifonia.

Tancredi davanti allo specchio, subito dopo il delitto, si vede così:

“Ha 20 anni […] somiglia decisamente alla madre, dalla quale ha preso la magrezza, mentre del padre possiede l’altezza. Porta i capelli corti, con una crestina tenuta su dal gel […] è grande. Sa quali sono i suoi doveri e ora ha deciso di non sottrarsi più. La realtà che si trova a vivere è quella che è, non c’è altro da aspettarsi […] deve dimostrarsi all’altezza” (p. 26).

Finora non lo è stato. I familiari hanno un giudizio preciso di Tancredi anche se l’affetto spesso maschera l’obiettività.  

Per la madre è “un picciotto buono” (p.49) ma a volte è strano. Anche se è pronta a difenderlo ad oltranza contro chi afferma ciò che lei stessa sa. Esemplare la schermaglia con la nuora (pp.55-56).

Anche per nonna Rosa “Quello è un picciotto strano. […] è sempre triste, sempre accupato” (p.36). È “un pezzo di pane, troppo buono. Lo sa come diciamo noialtri? Tre volte buono.” (p. 38). Tre volte buono significa fesso, scimunito.

Secondo il padre, “Tancredi era un buono a nulla, e su questo punto i suoi sentimenti oscillavano. Da un lato, nei momenti di sconforto, pensava di abbandonarlo a sé stesso. Facesse un po’ quello che gli pareva: la vita era sua e tanto peggio per lui se aveva voglia di buttarla nel cesso. D’altra parte quando si sentiva più determinato, Nicola decideva di doverlo raddrizzare a tutti i costi. Non lasciava passare nemmeno la sua più piccola mancanza senza intervenire in maniera repressiva” (p. 203)

Che sia un buono a nulla lo pensa persino Giovanni Giacalone, il vicino di casa, amico di famiglia e collega del padre. Interrogato dalla polizia, risponde:

“-   Il figlio ogni tanto lo veniva ad aiutare col ferro. Ma poco.

-         Perché poco? Che fa invece?

-         Niente, disoccupato. Io ce lo dicevo a suo padre…”(p. 47)

Lascia la frase in sospeso, ma non è difficile coglierne il senso: stava per dire che è un buono a nulla. I carcerati, poi, non lo considerano uno di loro. 

I giornali, invece, ribaltano completamente la realtà. Il suo, dicono, è un “caso eclatante ma limpido nel suo orrore contro natura”:

“I fatti erano chiari e avevano presto lasciato spazio ai commenti, incentrati sulla perdita dei valori, che porta i giovani a non riconoscere più i codici della convivenza familiare. Il secondo giorno il giornale più venduto aveva titolato un editoriale di prima pagina: O tempora, o mores”. L’idea di fondo era che le radici del delitto andavano cercate nella carenza di ideali che contraddistingue i ragazzi di oggi. Il giorno successivo, pur di andare in direzione opposta, il dorso locale del quotidiano progressista aveva ospitato un corsivo in cui il delitto Ciraulo veniva paragonato a una incursione della tragedia greca nei tempi moderni. La tesi era: niente di nuovo sotto il sole, niente che gli antichi maestri non avessero saputo descrivere già 25 secoli fa. La citazione dell’Edipo re era già nell’incipit del pezzo”. (pp.79-80).

Nelle analisi, “qualcuno lasciava balenare l’ipotesi di una sua omosessualità latente. L’omicidio del padre era messo in relazione con l’attaccamento che aveva nei confronti della madre e anche della nonna. Tancredi era costernato. Avrebbe voluto poter dimostrare la propria innocenza solo per uscire dal carcere e poi andare ad ammazzare il giornalista che aveva scritto quelle cose. Magari poi l’avrebbero messo di nuovo all’Ucciardone, ma ne sarebbe valsa la pena (p. 81).

Questa è la famiglia Ciraulo. Ha alle spalle storie di vite precarie, un'altra figlia – Serenella - di sei anni ammazzata per sbaglio durante una sparatoria, il sogno di un risarcimento, l’incubo dell’usura. Alajmo racconta queste storie inserendole come digressioni, squarci sul passato che illuminano il presente.

Va segnalato il capitolo che riguarda la storia di Serenella: dalla gita al mare, al ritorno a casa e allo scontro a fuoco cui casualmente assiste. La sparatoria, osservata dallo sguardo straniante della bimba, assume sulla pagina contorni fiabeschi, descritto come alla moviola (pp.70-72).

I soldi del risarcimento per l’uccisione di Serenella, in realtà, vengono spesi prima ancora d’essere incassati. E quando finalmente arrivano davvero servono per pagare l’usuraio, l’avvocato e i debiti contratti nel frattempo. Con il resto, il padre decide di comprare una Volvo, da esibire come un trofeo per suscitare l’invidia dell'intero quartiere. Nel dibattito familiare su cosa fare con quei soldi, motiva così l’acquisto: “Proprio perché ci avevamo le pezze al culo, la macchina ci serve: dimodocché lo capiscono tutti che ora siamo ricchi” (p.139). Così la situazione economica della famiglia rimane quella di prima, precaria.

La macchina è bellissima: nera, lucida, sembra un’astronave atterrata alla Kalsa per un guasto ai motori. Per il padre è motivo di orgoglio e di ostentazione. Sa che per un graffio alla carrozzeria, potrebbe anche uccidere. E invece è lui ad essere ucciso, proprio a causa di quella vettura. 

Un graffio alla fiancata della macchina, provocato da Tancredi durante un sabato sera passato con la fidanzata, fa esplodere il diverbio con il figlio: lo accusa di essere un buono a nulla, i due litigano e ci scappa il morto.

Ma qualcosa non convince gli investigatori. Manca l’arma del delitto, una pistola, il cui ritrovamento consentirebbe di chiudere il cerchio delle indagini. La casa dei Ciraulo è stata rivoltata come un guanto, ma la rivoltella non si trova.

Cominciano allora ad insinuarsi i dubbi, le evidenze iniziali si sgretolano. Il caso, che sembrava chiaro, si complica. Ma non sveliamo altri particolari della trama per non togliere il piacere della lettura.

           

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Tutta la storia è giocata sugli inganni dell’apparenza: niente è veramente come sembra. Si sperimenta quello che in musica si chiama cadenza d’inganno. Il primo sentore di questo suo atteggiamento ci viene proprio dal titolo, che dichiara in copertina l’identità del colpevole del misfatto narrato, salvo scoprire poi che si tratta di un inganno.

In un’intervista Alajmo ha dichiarato “Io vorrei che i miei libri non fossero per nulla rassicuranti, vorrei che facessero ridere ma nello stesso tempo, mentre il lettore si sta piegando dal ridere, gli dessero anche un calcio nella pancia. Vorrei che fossero sempre spiazzanti rispetto alle aspettative del lettore”.

È stato il figlio ci riesce bene. È una sorta di giallo rovesciato che inizia dalla fine e via via si complica. Vi sono delle digressioni che aggiungono nuovi particolari all’intera vicenda. Il suo sguardo procede per accumulo di dettagli, immagazzinando particolari che si moltiplicano quasi per partenogenesi. E l’ultimo particolare illumina il primo.

Il lettore scopre così di essere al centro di un sottobosco umano, dove tutto sembrava apparentemente semplice e normale ma che in realtà nasconde abissi e paradossi.

            Il pubblico –ha detto Alajmo - si aspetta da uno scrittore siciliano una favoletta raccontata sempre alla stessa maniera: mafia, una certa onomastica (Turiddu, Santo, Crocifissa, Concettina), finestre socchiuse dietro le quali gli occhi spiano, lo scirocco, l'omertà, il circolo di conversazione, insomma, una Sicilia che non esiste più”.

È stato il figlio è sì un romanzo sulla mafia ma intesa come dramma intimo e sociale, come fatto culturale interiorizzato. Il meccanismo del giallo serve per scardinare la normalità apparente, per condurre una lacerante esplorazione nelle viscere di un certo tipo di famiglia siciliana, quella appartenente al sottoproletariato urbano. Il giallo, insomma, non è che un pretesto per inscenare un grottesco interno familiare, dove ottusità, miseria e una brutale centralità economica soffocano ogni sentimento morale, trionfando sugli affetti e sulle leggi.  

Ne emerge il ritratto di un certo tipo di famiglia siciliana e meridionale in genere che campa delle proprie sventure, che vive sulla tragedia e sul disastro, come se fosse l’ultima risorsa: la morte di Serenella prima, l’omicidio poi.

In questo contesto familiare le donne hanno un ruolo importante. La mafia è anche una cultura. Una cultura di famiglia che si trasmette per via femminile. Mentre gli uomini sono fuori, le madri a casa educano i figli e tramandano i valori. La società solo in apparenza è patriarcale: in realtà c'è un filo rosso che lega la madre ai figli, soprattutto ai maschi. Le madri sono delle reggenti, dei ministri degli affari interni che si occupano della casa e dei figli. C'è un'ingerenza molto forte della madre nella vita del figlio: in questo modo il principe non diventa mai re.

Gli uomini del romanzo (padre, figlio e nonno) sono accomunati solo dall’attitudine a scegliere il “non fare” piuttosto che il “fare”, confermando che l’atavico immobilismo e fatalismo siciliano non è né una favola né un luogo comune.

 

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Riassumendo, i punti di forza di questo romanzo sono:

1) Una potenza visiva che trascina. Alajmo è bravissimo a restituire un’atmosfera, con pochi tratti essenziali.

2) I dialoghi scarnificati, essenziali, con frasi sospese in un’allusività malevola. Alajmo sa rendere i meccanismi cerebrali dei suoi personaggi attraverso l’uso di una lingua vivo e reale, funzionale ed essenziale.

A nostro avviso, queste due caratteristiche discendono da una consuetudine dell’autore con la scrittura teatrale. Dove la potenza visiva si traduce in atto, i dialoghi sono ferrei ed essenziali e tutto si tiene.

In ogni pagina, anche nella più tragica, la crudezza del dramma, l’ironia e la comicità procedono di pari passo su binari paralleli. Con esiti spiazzanti e a volte surreali.

Giallo eretico, eccentrico, sorprendente, È stato il figlio rappresenta la conferma di uno degli scrittori italiani dal talento più originale.

 

Giovanni Criscione

 

 

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