Le parole sono pietre
di Giampiero Griffo
La lingua italiana aggiorna continuamente il proprio vocabolario: la
conferma è data anche dalle nuove edizioni dei dizionari che
introducono i neologismi: parole che descrivono nuovi fenomeni o che
cercano di modificare precedenti definizione. Il recente vocabolario
della lingua italiana Zingarelli ha introdotto ad esempio il termine
"diversabile" (p. 579). «La Repubblica» ha commentato: «Muta anche
il politicamente corretto: disabile ora si può dire diversabile»
Copertina della rivista francese «Parole», illustrata da Irène
ScochLa lingua, al contrario di quello che si pensa, è molto
influenzata da quello che avviene nella società in cui è parlata.
Quella degli Inut della Groenlandia, ad esempio, ha più di cinquanta
maniere differenti di descrivere la neve, perché la neve è parte
essenziale del loro habitat di vita.
In altri casi, quando si tratta di definire realtà nuove, nel giro
di pochi anni si modifica continuamente la terminologia, producendo
a volte un effetto di confusione. Quando poi si tratta di definire
caratteristiche umane che, per trattamenti di discriminazioni e di
esclusione, risultano "scomode" o "imbarazzanti", allora il coacervo
di parole che si accumulano sembra il deposito di un rigattiere o
peggio ancora un museo degli orrori!
Spesso il mondo delle persone con disabilità è visto come un tutt'uno
nel quale si presuppone una compattezza interna, che di fatto non
esiste, venendo così a mancare la capacità di tenere conto delle
specifiche esigenze e della valorizzazione delle risorse di ognuno.
Sappiamo invece che si tratta di un mondo composto da gruppi di
persone con caratteristiche molto lontane fra di loro, che non
necessariamente si conoscono e sono in grado di comprendere i
rispettivi problemi specifici. Pensare quindi di descrivere le
caratteristiche delle persone con un'unica parola è la forma
migliore per cancellarne l'esistenza concreta.
Ciò emerge in modo evidente nell'uso delle parole. Da un lato, i
termini usati per definire gruppi di persone con caratteristiche
diverse dalle nostre, dall'altro quelli utili a definire le persone
che fanno parte del proprio gruppo.
È attiva da anni la discussione, a livello internazionale, che
analizza i temi della discriminazione, della segregazione fisica,
della mancanza di pari opportunità che le persone con disabilità
subiscono dalla società. Cercare di fare il punto della situazione
può aiutarci a comprendere meglio il perché la parola diversabile mi
sembra assolutamente senza senso, anzi foriera di conseguenze
negative per le stesse persone con disabilità.
Spesso dimentichiamo che alcune parole descrivono persone. Le
immagini culturali che vengono utilizzate per descrivere le persone
che hanno caratteristiche ritenute socialmente indesiderabili
mettono in evidenza elementi che sono diventati senso comune: in un
certo senso sono i cosiddetti "miti", cioè quelle percezioni
immaginative che non hanno bisogno di essere spiegate perché sono
immediatamente evidenti e socialmente accettate.
Quando poi le persone vengono ridotte agli aggettivi che descrivono
alcune loro caratteristiche, il processo di cancellazione di esse
giunge al culmine.
Oggi a livello internazionale si preferisce parlare di persone con
disabilità, usando il termine persona al posto delle forme
aggettivali come invalido, disabile ecc., una scelta che ha il
vantaggio di non attribuire all'intera persona un attributo che è
solo una parte di essa e che lascia intatto un termine (persona) in
sé neutro, in quanto non ha caratteristiche né positive né negative.
Un secondo aspetto da considerare è quello percettivo: tutte le
terminologie usate comunemente per descrivere le persone con
disabilità sono centrate su un aspetto percepito (la sofferenza, la
malattia, lo svantaggio, la patologia: tutti elementi che descrivono
una persona in negativo). Oppure attribuiscono caratteristiche
limitate a una persona che, in più, viene gravata di una "semantica
sociale" negativa.
Il combinato di queste soluzioni linguistiche è terribile: pensiamo
per esempio a distrofico inabile o invalido incollocabile. Per
questo, ad esempio, al termine sofferente psichiatrico, che ogni
tanto si sente usare, il movimento delle persone che sono uscite
indenni da un trattamento psichiatrico preferisce quello di
sopravvivente psichiatrico, a sottolineare che la persona è
sopravvissuta ad un'esperienza manicomiale o ad un momento di acuzie
che, in ogni caso, in passato la etichettava per sempre.
Esiste poi l'espressione: persona che non può rappresentarsi da
sola, definizione, questa, che nasce dallo sforzo di superare
termini medici quali ritardo mentale, difficoltà di apprendimento,
disabilità mentale. Lo sforzo ha lo scopo di sostituire la
descrizione patologica e globale della definizione, concentrandosi
sulle competenze della persona.
Si tratta certamente di una definizione di impatto, ma che è
anch'essa in evoluzione. Pure in questo caso, infatti, conviene
riflettere sulla legislazione, che oggigiorno prevede la possibilità
di differenziare le diverse situazioni.
Un tempo l'impossibilità di rappresentarsi, dal punto di vista
legale, era irreversibile e riguardava l'insieme della persona
(l'istituto giuridico dell'interdizione); oggi la nuova Legge
sull'Amministratore di Sostegno (Legge 6/2004) ha introdotto il
concetto di interdizione parziale e reversibile.
Finalmente è possibile quindi rivedere dei giudizi che un tempo, una
volta emessi, erano di condanna permanente all'esclusione sociale.
Certo, possiamo immaginare che una persona che non sa gestire il
denaro possa non arrivare a gestirlo mai, ma per quanto riguarda le
scelte relative a come preferisce vivere - scegliere un gelato alla
fragola o alla nocciola per esempio - egli è perfettamente in grado
di valutarle, prenderle ed esprimerle.
Certamente è possibile agire bene e parlare male, in quanto i
linguaggi si cristallizzano, anche se così spesso il parlare male è
l'indizio di una certa superficialità e carenza di riflessione. Non
bisogna però dimenticare che le espressioni corrette sono tali non
solo perché "politicamente corrette", ma anche perché non feriscono
chi le riceve.
È vero che in fondo il linguaggio serve a farsi capire, ma quando si
tratta di descrivere le caratteristiche delle persone non si tratta
più solo di una descrizione, ma della proiezione di una visione
sociale di quelle caratteristiche.
Perciò nel caso delle persone con disabilità, non si può prescindere
dalla storia che ha prodotto quella visione sociale negativa. Qui
infatti la parola trasmette anche la visione che la società ha delle
persone che hanno determinate caratteristiche. Nel nominalismo
medievale si riteneva che i nomi fossero talmente appropriati da
essere in sé l'oggetto. Vi è un fondo di verità in questa apparente
esagerazione.
Il significato di una descrizione che la parola mette in evidenza ha
un'oggettività percettiva paragonabile a quella delle pietre, la
descrizione che viene veicolata ha un peso specifico anche molto
pesante.
Spesso si percepisce il linguaggio (nel suo significato di
descrizione di qualcosa e di percezione che quella parola genera in
chi la ascolta) come la rappresentazione dell'ovvietà, dimenticando
che i linguaggi sono frutto di una storia: la storia delle persone
con disabilità è storia di segregazione, esclusione, cancellazione
sociale e le parole che identificano queste persone sono state
scelte da altri, pensate attraverso un approccio culturale con la
diversità che ha privilegiato la scelta di proiettare fuori da se
stessi gli aspetti che la società (e le persone di quella società)
riteneva negativi e socialmente indesiderabili.
Questo processo in termini linguistici ha prodotto il trasferimento
di una valutazione, negativa su determinate persone. Di fatto ognuno
di noi può, a un determinato punto della vita e per i motivi più
diversi, vivere un'esperienza di follia: Franco Basaglia ha messo in
evidenza che ognuno ha dentro di sé questa possibilità e,
semplicemente, chi è in manicomio non è sopravvissuto a questa
evenienza senza essere ricoverato.
Basaglia usava una frase che descrive bene l'unicità di ogni
persona: «visto da vicino nessuno è normale». Dobbiamo essere
consapevoli di questo e ricordare sempre che le parole sono come
pietre e vanno usate con molta attenzione.
Naturalmente i termini che descrivono le persone con disabilità sono
in evoluzione continua, proprio perché il movimento di emancipazione
mondiale conquista ogni giorno di più forza e coscienza della
propria condizione.
Esaminando la legislazione italiana si vede chiaramente il processo
che ha portato da termini come invalidi o inabili, in un mondo in
cui esistevano le classi speciali e gli istituti, ai termini di
handicappati o portatori di handicap, diventati comuni con la Legge
quadro sull'handicap 104/92, che agiva in una società che
rivendicava l'integrazione sociale, sottolineando lo svantaggio
sociale che la società stessa produceva.
Vi era ancora in quella descrizione un'attribuzione negativa alla
persona che soggettivamente veniva gravata di una negatività.
Il passo successivo ha portato alla definizione di persone con
disabilità, quella attualmente riconosciuta e accettata dal
movimento internazionale, in cui al concetto di persona -
universalmente accettato e ritenuto positivo - si accomuna
un'attribuzione ricevuta: quel "con", infatti, descrive qualcosa che
non appartiene a quella persona, ma gli è imposto.
Infine, il concetto di disabilità è mutuato dalla recente
definizione dell'ICF (Classificazione Internazionale del
Funzionamento, Disabilità e Salute) dell'Organizzazione Mondiale
della Sanità (OMS): la disabilità è prodotta dal rapporto tra le
caratteristiche delle persone e l'ambiente in cui esse vivono e le
capacità che le persone stesse hanno sviluppato.
Muovendomi in sedia a rotelle, ho una disabilità quando il luogo in
cui mi muovo ha dislivelli in verticale superabili solo con scale o
quando - orientandomi con un bastone bianco - non vi sono
pavimentazioni o guide sonore che consentano di spostarmi in
sicurezza. In ambedue i casi, la disabilità non è un fattore
soggettivo (dovuto a cecità o paralisi agli arti inferiori della
persona), bensì è causato da una società che non ha progettato per
tutti.
Lo stesso vale per le capacità soggettive, che se sono rafforzate e
potenziate consentono di superare altri ostacoli e barriere:
pensiamo al conseguimento della patente di guida per una persona che
vive in una città con autobus inaccessibili o a una persona che non
è in grado di svolgere compiti complessi a cui viene offerto un
lavoro con mansioni semplici e ripetitive.
La disabilità dipende quindi dall'invisibilità sociale e politica
(delle persone con disabilità si occupano solo la sanità e
l'assistenza) che cancella spesso le responsabilità ad agire di chi
si occupa di trasporti, di turismo, di lavoro, di tempo libero. E
nello stesso tempo dipende dall'impoverimento sociale cui le persone
con disabilità sono state sottoposte: chiuse in famiglia, in
istituto, in classi speciali, esse sono state letteralmente
impoverite di competenze sociali.
Copertina della rivista francese «Parole», illustrata da Philippe
DumasOggi, il nuovo approccio dell'ICF ha quasi eliminato anche
un'altra negatività che veniva attribuita a chi conviveva con una
disabilità: la medicalizzazione (il concetto di menomazione come
elemento che produce l'handicap). Nell'ICF, infatti, si parla di
strutture e attività, termini più generici che appartengono a tutti,
talché la disabilità è una condizione ordinaria della vita che
appartiene a tutto il genere umano nell'arco della propria esistenza
e non è legata ad una condizione di malattia.
Purtroppo ancor oggi per poter beneficiare di determinati diritti e
provvidenze si usano definizioni medicalizzanti o negative,
utilizzate negli accertamenti diagnostici, che portano all'uso di
linguaggi descrittori sanitari (certificati medici, scolastici
ecc.). Questo linguaggio confonde purtroppo la soglia oltre la quale
poter godere di un beneficio o di una provvidenza, con la pretesa di
descrivere la persona. Bisogna quindi costruire un linguaggio che
faccia capire come le persone siano un insieme di caratteristiche e
che questo insieme compone una persona che non può essere ridotta ad
una di queste caratteristiche (spesso solo quelle considerate
negative).
Cosa ci propone invece l'inaccettabile diversabili?
Innanzitutto riduce una persona ad un suo eventuale attributo,
cancellandone le specificità. In secondo luogo, l'attributo che
viene scelto per definire la persona appartiene a tutte le persone:
conoscete persone che possano essere definite "ugualabili"? Cioè le
cui capacità e abilità siano uguali a quelle della persona che gli
sta a fianco sul tram? E ancora, è più diversabile la persona che
non sa guidare un'auto da quella che guida con i comandi a mano? Ha
più diverse abilità l'analfabeta rispetto al non vedente che legge
con la sintesi vocale?
Il termine infine produce un ulteriore elemento negativo: cercando
di definire - secondo chi lo utilizza - in maniera positiva le
capacità delle persone, cancella la condizione di discriminazione e
di mancanza di pari opportunità che queste stesse persone subiscono
dalla società e dai processi di impoverimento.
Non è un caso che negli ultimi anni questa definizione assolutamente
inappropriata venga a nascondere un abbassamento dell'impegno delle
istituzioni e della società nel suo complesso: «se sono diversabili
- ci dice questa parte della società - allora non ho più nulla da
fare, se la risolveranno con le loro forze...».
Viene così di nuovo relegata nel privato la soluzione degli
"eventuali" problemi.
Vorrei concludere il mio intervento ricordando quello che
sottolineavo prima: le categorializzazioni astratte producono
classificazioni semplificatorie e processi di invisibilità sociale.
Non è un caso che la FISH (Federazione Italiana per il Superamento
dell'Handicap) rivendichi la personalizzazione degli interventi, i
progetti individuali, gli interventi che partono dalle violazioni di
diritti umani che le persone con disabilità e le loro famiglie
vivono ogni giorno.
Il bisogno deve arrivare ad essere così chiaramente espresso da far
emergere quella sorta di normalità che appartiene a ciascuno.
Personalizzando si scopre che tutte le persone vogliono vivere una
migliore qualità della vita e hanno bisogno di determinati servizi
per conseguirla: non si attribuisce più niente di negativo alle
persone, si prende atto di necessità, bisogni, desideri.
Questo semplice approccio richiede una maggiore attenzione alla
condizione delle persone svantaggiate, ma a ben riflettere è
appropriato per tutte le persone.
Certamente è vero che le persone con disabilità fanno alcune cose in
modo differente, ma la differenza non ci fa diversamente abili: chi
usa da anni una carrozzina non la usa in modo diverso da chi cammina
con le proprie gambe, semplicemente la usa, mentre l'altra persona
non ci si è neanche mai seduta sopra.
La dura realtà è che è ancora lunga la strada per far accettare le
diversità umane come ricchezza: il colore della pelle, le credenze
religiose, l'orientamento sessuale, l'età, la condizione di
disabilità sono ancora considerate caratteristiche socialmente
indesiderabili. E sono solo queste diversità che producono lo stigma
sociale negativo che la società ci attribuisce, per cancellare il
trattamento diseguale e discriminatorio che ha riservato alle
persone che avevano quelle caratteristiche. Ricondurre ad
ordinarietà tutte le caratteristiche umane è l'obiettivo di un
linguaggio rispettoso e inclusivo.
Il movimento mondiale delle persone con disabilità è stato capace di
usare nuovi linguaggi e nuove forme di descrivere il mondo che non
esclude: universal design, empowerment, mainstreaming sembrano
parole lontane, ma diventeranno presto reali quando la Convenzione
dell'ONU per la Tutela della Dignità e i Diritti delle Persone con
Disabilità darà un'altra spallata all'imbarazzo di chi pretende di
descriverci con le sue parole.
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