Giornale online - anno III

 

 

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cinema

Memorie di una geisha di Rob Marshall

 

Il potere delle donne come esercizio praticato quando si ama chi il potere lo detiene. Un esercizio in cui si misurano donne di grande fascino, con grazia ed eleganza, ma cui si arriva tessendo trame subdole contro rivali pericolose, perché pronte a tutto, pur di non perdere i privilegi ottenuti negli anni.
È quanto accade nel mondo delle geishe raccontato dal regista Rob Marshall, già noto per il film/musicol “Chicago” il cui successo di pubblico sembra essere ripetuto da questo ultimo film tratto dal romanzo di Arthur Golden, tradotto in trentadue lingue e che, nell’edizione originale inglese, ha venduto oltre quattro milioni di copie.
Il film è fedelissimo al romanzo e, come il romanzo, racconta il Giappone attraverso gli occhi di un americano, con un intento “impressionistico” espresso direttamente dal regista nelle sue interviste e perfettamente riuscito, soprattutto per quanto riguarda la ricostruzione di scene e costumi.
La vicenda, ambientata in Giappone, ha inizio negli anni Venti, quando una bambina di appena nove anni, Chiyo, viene venduta dal padre, spinto dalla miseria, ad una scuola di geishe di Kyoto. Strappata alla famiglia – insieme alla sorella dalla quale sarà presto separata – la giovane Chiyo, dopo ripetuti tentativi di ribellione e di fuga, è costretta a rassegnarsi e ad accettare la sua nuova condizione, in un contesto per lei particolarmente difficile. Fin dal proprio arrivo, infatti, è soggetta alle assurde ed immotivate vessazioni di un’affermata e famosa geisha, Hatsumono, interpretata dalla bellissima e bravissima Gong li.
L’odio di quest’ultima porterà la giovane Chiyo a diventare la serva della scuola, fino a quando, grazie alla protezione di un potente uomo d’affari, portato sulla scena da Ken Watanabe (già premio Oscar per “L’ultimo samurai”), avrà la possibilità di diventare anche lei una famosa e ricercatissima geisha. Il potere raggiunto, tuttavia, ed il prestigio di cui gode non le garantiranno la felicità. Una geisha può avere un protettore ricco e potente, ma quasi certamente questi non sarà l’uomo amato. L’amore sembra bandito dal mondo delle geishe alle quali non bastano certo i loro preziosi kimono e le ammirazioni suscitate per consolarsi.
Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale costringerà Chiyo – divenuta ormai la leggendaria geisha Sayuri – ad abbandonare Kyoto e a vivere in un mondo di miserie e stenti, fino all’arrivo degli Americani, quando potrà rimettersi nuovamente in gioco.
Il film è stato molto criticato dai Giapponesi in quanto – pur raccontando il loro Paese – è interpretato da attori cinesi, mentre i quartieri delle geishe sono stati ricostruiti negli studios californiani. Critiche che il regista ha respinto con decisione.
Indifferente a tali critiche appare anche il pubblico che, per settimane, ha partecipato alle visione, affascinato non tanto dalle vicende raccontate, quanto piuttosto dalla bellezza e dall’incanto di un Paese i cui paesaggi ed i cui costumi continuano ad affascinare gli occidentali. Americani, ma non solo.


Lilla Anagni

 

 

 

 

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